Non “ausili sessuali”, ma una nuova pedagogia della disabilità

Rassegna stampa

di Tonino Urgesi

Sono anni che mi occupo di disabilità, esattamente dal 1985, facendo ricerca sul tema, archiviando articoli, libri, film e varie monografie. Sto notando, come non era mai accaduto prima, che ultimamente stanno uscendo molti articoli che affrontano solo un lato del problema relativo al mondo della disabilità: precisamente il dibattito converge solo sulla figura positiva o meno dell’“assistente sessuale”.

Vorrei innanzitutto riportare alla memoria di chi mi sta leggendo che questo dibattito non è frutto di un pensiero degli ultimi anni, come spesso vogliono farci credere, bensì, già negli Anni Settanta il pioniere Cesare Padovani partecipò a un celebre convegno che si tenne a Milano, dedicato specificamente al tema “Handicap e Sessualità”.
Forse in questi ultimi anni si sta parlando troppo di quest’argomento, ma chiediamoci: «Perché se ne parla così tanto solo ora?». Se ci fermassimo a ragionare un po’, sarebbe facile arrivarci. Il punto non è che adesso i disabili stiano più a cuore che negli anni passati alla società cosiddetta “normodotata” – affermarlo sarebbe falsare la realtà – e neppure che i disabili stessi abbiano preso maggiore coscienza e coraggio, rivendicando i propri diritti e bisogni. Questa urgenza non nasce nemmeno dal fatto che la figura della madre si sia emancipata al punto da portare il proprio figlio a prostitute e pagare fino a 500 euro, o al punto di masturbarlo lei stessa, o perché si diffondono notizie come quella del ragazzo spinto dalla madre a cercare una prostituta per il fratello con disabilità.

Queste sono notizie che oggi fanno scalpore, ma io dico “nulla di nuovo sotto il sole”. Sono storie che ho sentito raccontare da madri e padri durante una mia serie d’interviste negli Anni Novanta, raccolta in una pubblicazione. Genitori che sentivano gridare nella notte i figli frustrati nella loro disabilità. Storie come quella di un ragazzo disabile che mi raccontava di come il padre lo portasse lungo la Statale Adriatica a prostitute di colore. Ora, senza giudicare, vorrei solo invitarvi a chiedervi: perché di colore?

Oggi è più facile parlare di queste cose perché c’è internet, c’è Facebook, la televisione che usa la storia dei disabili per fare solo audience, senza soffermarmi a elencare i programmi che inseriscono queste notizie, e nemmeno menzionare tutti i siti dedicati a questa tematica. Ma direi ancora  “nulla di nuovo sotto il sole”!
Tutto ciò richiede un’analisi oculata sul tema, senza prenderlo con sarcasmo o ironia, creandoci attorno spettacolarismi vari. Si dovrebbe, invece, rispettare la fatica quotidiana, la frustrazione che ogni individuo vive giorno per giorno.

Oltretutto, il dibattito sembra oggi incagliarsi esclusivamente sulla questione del diritto all’“assistente sessuale”, come fosse la risposta alla vasta area che la problematica della disabilità negata o frustrata comporta. Ma la persona disabile è molto di più di un istinto sessuale. In questo modo il rischio che si corre è quello di ridurre quella persona alla sola necessità di esaurire la propria sessualità nel compimento di un atto sterile, come un coito o la possibilità di autoerotismo.

È per questo che faccio appello a una nuova pedagogia della disabilità; occorrerebbe partire dalla situazione, dal contesto, che è malsano, perché non sa accogliere non solo la sessualità del disabile, ma non sa includere nemmeno il disabile stesso, poiché la persona con disabilità diventa “vetrina” di una società basata su un modello televisivo, che è chiamato a idealizzare il bello, la perfezione. Ma se in un secondo tempo una persona “normale” si trovasse di fronte al disabile, a vivere realmente un rapporto di amicizia, questa persona fuggirebbe, perché emergerebbero in lui tutte le reali problematiche che il disabile incarna: psicologiche, emotive, fisiche.
Diciamocelo pure, senza giri di parole: il disabile produce una “fuga dell’altro”, perché lo mette di fronte a una problematica, una storia, che il più delle volte non vuole conoscere, il più delle volte è una storia che spaventa, perché mette in discussione chi si avvicina alla disabilità.

La nuova pedagogia dovrebbe includere il disabile in tutte le fasi della sua vita, senza escluderlo, nemmeno dal lutto del dispiacere. Se il ragazzo o la ragazza con disabilità fossero realmente inclusi ed educati alla società e la società educata alla disabilità, non servirebbe l’“assistenza sessuale”, perché in questo modo si vivrebbe proprio “la relazione, l’incontro con l’altro” e l’altro in relazione con il disabile; invece, tutto questo non si fa, perché siamo ancora nel Paese dell’emarginazione, del non-io.

D’altro canto, è più facile creare nuovi ausili anche per la sessualità, piuttosto che integrare un pensiero nuovo, ed eticamente scomodo; è più comodo evitare di proiettarsi a una vita indipendente, dove il disabile non sia obbligato a vivere in luoghi protetti o familiari. In una vita indipendente si possono costruire nuove prospettive e possibilità di incontrare l’altro, di incontrare chi si vuole. Un disabile deve avere la propria privacy, dove esplorare come chiunque il proprio corpo e il proprio sé.

A questo punto vorrei pormi qualche domanda: nel momento in cui si offre ausilio al sesso, come si può gestire la parte emotiva? La parte affettiva, la parte amorosa della persona con disabilità? Quando lui o lei ha bisogno di una carezza, di una parola, cosa si propone? Il numero del telefono amico? Quando il disabile ha desiderio di andare a bere qualcosa al bar, cosa si crea? Un nuovo ausilio per chi lo porta a bere al bar?

È su questo punto che crolla il mito della naturalezza, dei rapporti naturali. “Nulla di nuovo sotto il sole”, quindi. Ecco perché mi appello a una nuova pedagogia, a un nuovo pensiero, dove tutto diventa naturale, dall’andare al bar, e poter dare un bacio alla persona di cui si è innamorati, e da lei poter anche  ricevere un “no!”, perché anche un “no!” è educativo, e si può dire anche a un disabile.

È mia opinione che le discussioni e i dibattiti sul tema cadano in un fraintendimento, che non è proprio  solo del mondo del disabile, ma di tutta la società: la confusione tra sessualità e sesso, tra affettività e compassione. Parliamo troppo di sessualità del disabile per fermarci solo al sesso, alla parte genitale, a quello che non gli è concesso di vivere, alla masturbazione mancata, a quella masturbazione che lui stesso o lei stessa non riesce il più delle volte a vivere; in questo modo  alieniamo tutta la sfera affettiva e sentimentale, che concerne la sessualità, l’emotività della persona che va oltre l’atto sessuale in sé. Sarebbe necessario invece considerare il coinvolgimento con quella persona, il saperla pensare e progettare; sapere progettare quella persona in una serata, in un cinema o in una pizzeria, e questo coinvolgimento può nascere solo pensando e rifacendosi a quella nuova pedagogia di cui parlavo prima, dove l’incontro con “l’altro” è favorito e dove l’incontro può diventare empatia, dove l’incontro rende vivo, aperto a…

Quindi la persona con disabilità non ha bisogno di ausili, ma di quella nuova società che può nascere da quella pedagogia, pensiero, che sa travolgere, ha bisogno di essere compreso, “preso con”, senza snudarlo del proprio pudore.
Persona con disabilità esperta di disabilità e diversità.

Dei temi trattati nella presente riflessione, il nostro giornale si occupa ampiamente ormai da molto tempo. Per tutti, citiamo Andrea Pancaldi, La disabilità, il dibattito sull’assistente sessuale e oltre, che riporta in calce una vasta e utile bibliografia. Suggeriamo inoltre anche la consultazione dello spazio dedicato alla sessualità nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).

Fonte: Superando.it

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Aggiornato mercoledì 14 giugno 2017

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